Ben ritrovati lettori di passaggio, oggi torniamo a parlare di una vecchia conoscenza, la scrittrice Barbara Pym, che ho scoperto grazie alla casa editrice Astoria, ma della quale sono riuscita a scovare delle vecchie edizioni La Tartaruga tra i Remainders di Ibs che ovviamente non potevo farmi scappare e che sto pian piano collezionando.
Titolo: Qualcuno da amare
Autrice: Barbara Pym
Casa Editrice: La Tartaruga
Dati: pp.245, €15.50.
Come saprà chi segue il blog da tempo, questo è il quarto romanzo che leggo di Barbara Pym, un'autrice che pur nelle dovute proporzioni, per certi aspetti mi ricorda Jane Austen.
Le somiglianze non risiedono tanto sulle trame, quanto sulla descrizione di realtà circoscritte, di personaggi della buona borghesia e della loro vita quotidiana, in cui raramente accadono fatti clamorosi o avvenimenti di particolare rilievo. Come per la Austen ci si concentra sui rapporti umani, sulle dinamiche familiari e sentimentali, sugli incontri scanditi dal thè delle cinque, dalle feste in parrocchia o dalle cene casalinghe. In questo microcosmo si muovono personaggi a volte teneri, a volte bizzarri, spesso irritanti, tutti delineati con grande ironia.
Il romanzo di cui vi parlo oggi non è tra i più riusciti dell'autrice, a mio parere, benché più o meno siano presenti tutti i gli elementi fondamentali che ricorrono nei lavori della Pym. Nello specifico si parla di due sorelle, Belinda ed Harriet, le quali, passati ormai i cinquant'anni senza essersi mai sposate, hanno deciso di invecchiare insieme. Sono entrambe donne colte e senza particolari problemi economici, ma per il resto non potrebbero essere più diverse. Belinda, la maggiore è una donna riservata e pratica che si è sempre curata poco del suo aspetto, anche perché l'unico uomo che abbia mai amato e che tutt'ora ama, l'Arcidiacono Herry, ha sposata un'altra, ritenuta un partito migliore. Harriet invece è una donna esuberante che ama vestirsi con eleganza ed essere ammirata, senza dubbio pettegola e a volte sfrontata, sempre pronta a tenere sotto la propria ala ogni nuovo curato inviato nella loro parrocchia, con un misto di istinto materno e civetteria.
Attorno a loro ruotano gli altri personaggi, primo fra tutti l'Arcidiacono, che consapevole della devozione incondizionata di Belinda, cerca spesso la sua compagnia per soddisfare il proprio ego, mortificato dal fatto che la sua congregazione è divisa tra chi non lo sopporta e chi non lo capisce.
Ed in effetti Herry non ha nessuna delle virtù che si immaginerebbero necessarie per svolgere al meglio il suo compito, ma al contrario si comporta più da letterato che da ecclesiastico, è pigro, distaccato e pieno di sé. Nella piccola comunità si muovono poi altri ecclesiastici, vecchi amici, signorine dedite alle opere pie e ospiti in visita, ma il centro di tutto restano sempre le faccende del vicariato e dei suoi abitanti e vicini.
Il messaggio dell'autrice sembra sempre voler indirizzare il lettore ad apprezzare davvero le piccole cose della vita e a dimostrare che se anche questa non è come l'abbiamo immaginata o desiderata da giovani, questo non significa che non possa essere allo stesso modo felice. Qui però la protagonista che nonostante la propria ingenuità, è perfettamente cosciente dei propri sentimenti, è forse un po' troppo ingabbiata nelle convenzioni del suo tempo tanto da apparire spesso troppo timorosa e a volte perfino un po' snob. Tutto il romanzo in generale risente molto dell'epoca in cui è stato scritto, in particolar modo riguardo al ruolo della donna e a cosa si intendesse per buona moglie, ma anche da un punto di vista sociale più ampio e risulta certamente lontano dalla sensibilità del lettore moderno. Inoltre, più che in altri romanzi dell'autrice, ci sono pochissimi fatti che mandano avanti la trama che si dipana senza il minimo picco fino ad un placido finale.
Il messaggio dell'autrice sembra sempre voler indirizzare il lettore ad apprezzare davvero le piccole cose della vita e a dimostrare che se anche questa non è come l'abbiamo immaginata o desiderata da giovani, questo non significa che non possa essere allo stesso modo felice. Qui però la protagonista che nonostante la propria ingenuità, è perfettamente cosciente dei propri sentimenti, è forse un po' troppo ingabbiata nelle convenzioni del suo tempo tanto da apparire spesso troppo timorosa e a volte perfino un po' snob. Tutto il romanzo in generale risente molto dell'epoca in cui è stato scritto, in particolar modo riguardo al ruolo della donna e a cosa si intendesse per buona moglie, ma anche da un punto di vista sociale più ampio e risulta certamente lontano dalla sensibilità del lettore moderno. Inoltre, più che in altri romanzi dell'autrice, ci sono pochissimi fatti che mandano avanti la trama che si dipana senza il minimo picco fino ad un placido finale.
La cosa più interessante è invece la descrizione del sentimento che unisce Belinda all'Arcidiacono, nonostante la presenza di Agatha, la moglie di lui, nonostante il brutto carattere di Herry e la scarsa autostima della protagonista. Un sentimento più comune di quanto si pensi, tra persone non più giovani, ma che si nutrono ancora dell'amore della gioventù, non usandolo come alibi per non aver costruito altri legami, ma guardandolo con una tenerezza che riempie il cuore a modo suo.
Un sentimento che l'autrice descrive così:
Belinda, che amava l'Arcidiacono da quando aveva vent'anni e da allora non aveva trovato nessuno con cui sostituirlo, si era abituata a questo amore, sebbene con gli anni la sua passione si fosse spenta in un sentimento confortevole, più simile al tepore di una serata d'inverno accanto al fuoco che all'estasi incerta di una mattina di primavera.
Inoltre nella scrittura della Pym ci sono continui sprazzi di humor tipicamente inglese che rendono piacevole la lettura anche di un racconto così datato, quindi, nonostante Qualcuno da amare non sia tra i miei romanzi preferiti dell'autrice, sono contenta di averlo letto e immergerò volentieri di nuovo nelle rassicuranti atmosfere dei suoi libri.


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