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lunedì 15 luglio 2019

I libri del giorno # Volevo essere una gatta morta & La vita non è un film (ma a volte ci somiglia) di Chiara Moscardelli.

Ben ritrovati lettori di passaggio, oggi vi vorrei parlare di due delle mie letture più recenti, due romanzi della stessa autrice che ho avuto la possibilità di leggere in prestito. L'autrice in questione è Chiara Moscardelli che già avevo avuto modo di conoscere con Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli, commedia giallo-rosa che mi era molto piaciuta e con Quando meno te lo aspetti, una commedia rosa che mi aveva convinta meno pur trovandola piacevole. Mi era rimasta però la curiosità di leggere il primo libro dell'autrice, Volevo essere una gatta morta, che all'uscita era stato un piccolo caso editoriale nato grazie al passaparola dei lettori e dopo il quale sono stati pubblicati due seguiti, La vita non è un film (ma a volte ci somiglia) e Volevo essere una vedova, da poco edito per Einaudi.


Partirò subito col dirvi che si tratta di due letture estremamente leggere, da leggere in qualsiasi circostanza, che sia la spiaggia o la fila alla posta, perché intrattengono senza necessitare di particolare attenzione da parte del lettore. Volevo essere una gatta morta in particolare strappa più di una risata, ripercorrendo, in modo più o meno romanzato, episodi salienti della vita dell'autrice dall'adolescenza a l'età adulta. L'autrice si sofferma in particolare sulle sue insicurezze di ragazzina intelligente, ma non particolarmente carina, sull'incontro con gli amici più cari, sulle tragicomiche esperienze di viaggio della gioventù, le prime disavventure lavorative, ma ampio spazio è dato anche agli incontri con uomini sempre sbagliati, in particolare Francesco, la cotta adolescenziale che negli anni si trasforma in ossessione romantica decisamente mal riposta. Nonostante il tono dominante sia quello della commedia, il libro contiene anche spunti di riflessione interessanti, soprattutto su quanto il peso delle scelte, delle dinamiche familiari e delle insicurezze caratteriali tipiche dell'adolescenza possa ricadere anche sulla vita adulta e su come si dovrebbe sempre coltivare l'amor proprio fin dalla più giovane età. Infatti uno dei difetti principali della protagonista, che viene per altro considerata una persona intelligente, spiritosa e "dalla forte personalità", è di non credere abbastanza nelle proprie qualità e di sentirsi sempre in difetto soprattutto dal punto di vista estetico rispetto all'altro sesso, così che insegue sempre uomini irraggiungibili verso i quali non si sente mai all'altezza, nonostante questi siano tutto fuorché perfetti o si butta tra le braccia del primo che passa solo per avere la conferma di essere almeno in quel momento desiderata, magari non essendo neppure interessata a certi soggetti.
Questo conferma che anche dalla lettura più leggera si possono trarre insegnamenti importanti e dalle vicissitudini sentimentali della protagonista non si può non imparare che nonostante si sia "nata podalica" e in agguato ci siano sempre delle gatte morte pronte a soffiarci gli uomini sotto al naso, è importante dare a se stessi il giusto valore. Peccato che proprio alle gatte morte del titolo sia riservato uno spazio troppo breve perché è sicuramente una delle tematiche più divertenti e chiunque ne abbia incontrata una sulla sua strada non potrà fare a meno di riconoscerne il modus operandi.
Il secondo libro invece è strutturalmente e contenutisticamente molto diverso, non siamo più di fronte ad una narrazione episodica e dalla forte componente autobiografica, ma ad un vero e proprio romanzo, in cui gli elementi di continuità con il primo sono praticamente ridotti al nome della protagonista, cioè della scrittrice e a quelli dei suoi amici storici, che però hanno un ruolo più marginale e per lo più funzionale all'intreccio. Ritroviamo Chiara sulla soglia dei quarant'anni, impegnata in un lavoro che le da ben poche soddisfazioni e sempre alla ricerca di un uomo con cui condividere la vita come accade sempre nelle commedie romantiche in cui si rifugia sognando l'incontro che le cambierà la vita. La decisione di partecipare ad uno speed date darà inizio ad una catena di eventi, come furti, lettere minatorie ed aggressioni ai danni della sempre più basita protagonista, che la porteranno ad incrociare la strada di Patrick Garano, avvenente commissario alle prese con gli efferati omicidi di giovani ragazze, che sembrano proprio opera di un serial killer.
Non credo che servano altri dettagli sulla trama per far capire quanto siamo lontani dal primo libro, anche se tornano alcune delle amiche storiche di Chiara, ognuna con le proprie caratteristiche peculiari, i problemi sul lavoro e le croniche insicurezze della protagonista verso gli uomini.
La sensazione che ho provato per gran parte della lettura però è stata che ci fosse qualcosa di troppo, o meglio che tutto il libro fosse un po' troppo: troppo lungo rispetto ai contenuti, troppo sbilanciato sui due versanti opposti della commedia rosa e del giallo, troppo concentrato sulle schermaglie amorose tra Chiara e Garano, troppo efferato nella descrizione dei delitti che stonavano con il tono leggero del resto della narrazione. Inoltre non ho apprezzato altri elementi del romanzo, in particolare il fatto che nonostante il passare degli anni, la protagonista non sia maturata affatto e sembri crogiolarsi nelle sue insicurezze e insistere in  comportamenti da adolescente che cozzano con la caratterizzazione di Chiara come di una donna capace e intelligente. Inoltre sono presenti diverse battute di spirito che hanno come tematica aggressioni e in generale la violenza sulle donne che ho trovato decisamente di cattivo gusto. Ho apprezzato invece le citazioni da film e serie tv ad inizio di ogni capitolo, meno il vezzo della protagonista di riportare frasi di commedie romantiche  e quant'altro ad ogni occasione. La storia d'amore tra i due protagonisti, lui amante impenitente delle belle donne, lei brutto anatroccolo sempre sopra le righe, è piuttosto improbabile, così come è improbabile l'intreccio giallo che risulta sì cinematografico, ma poco armonioso rispetto al contesto.
In sostanza, se il primo libro, pur con molti difetti  si era lasciato leggere con piacere e mi aveva lasciata all'ultima pagina con un sorriso, questo secondo volume mi ha un po' esasperata, ho faticato a procedere con la lettura degli ultimi capitoli, sia per la prevedibilità dei risvolti, sia perché infastidita dai troppi difetti concentrati nel romanzo. Non so dirvi se in futuro recupererò anche il terzo volume di questa sorta di trilogia, ma se dovessi consigliarvi qualcosa di questa autrice sono convinta che Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli sia il più riuscito tra i suoi lavori che io abbia letto. Quindi la mia votazione è 6 e 1/2 per Volevo essere una gatta morta e la sufficienza, 6, per La vita non è un film (ma a volte ci somiglia).

giovedì 22 novembre 2018

Il libro del giorno # Il diavolo nel cassetto di Paolo Maurensig

Ben ritrovati lettori di passaggio, finalmente torno sul blog per parlarvi di una delle mie letture del mese scorso:


Titolo: Il diavolo nel cassetto
Autore: Paolo Maurensig
Casa Editrice: Einaudi
Dati: pp.114  €13.50 cartaceo, €7.90 ebook.

Questo breve romanzo che ho anche inserito nel post sui miei consigli di lettura a tema Halloween è stata una lettura piuttosto curiosa, fin dalla sua struttura narrativa. L'autore infatti racconta direttamente ai suoi lettori come, sgomberando una stanza di casa piena di pile di manoscritti inviategli da autori emergenti, avesse rivenuto un plico anonimo in cui un giovane aspirante scrittore racconta una curiosa ed inquietante vicenda. A questo espediente narrativo piuttosto tradizionale in letteratura si concatena un altro racconto nel racconto.
Durante un viaggio di lavoro in Svizzera il giovane racconta di aver incontrato un misterioso sacerdote il quale, a sua volta, rievoca le vicende accadute molti anni prima in un villaggio di montagna. Inviato a coadiuvare l'anziano parroco del paese, il sacerdote sembra faticare ad inserirsi in questa comunità molto unita e molto chiusa, in cui molti degli abitanti, ispirati dall'ormai leggendario passaggio di Goethe in quelle valli, si dilettano nella scrittura e aspirano ad essere pubblicati senza che i continui rifiuti dalle case editrici scalfiscano la loro determinazione.
Questa ambizione incrollabile sembra attirare nientemeno che il diavolo, sotto le mentite spoglie di un editore crapulone e vanaglorioso che sfrutta le debolezze degli abitanti a suo favore. Ben presto il paese si ritrova diviso da rivalità e malanimo, nonché atterrito dagli attacchi di feroci volpi rabiche che escono dal bosco di notte per attaccare le persone. Solo il sacerdote sembra capire il reale pericolo in cui si trova il villaggio ed è disposto a tutto pur di liberarlo dalla morsa del diavolo.
A conclusione del racconto del sacerdote, non ci aspettano solo le considerazioni del giovane, ma anche dei colpi di scena che permettono al lettore di rileggere tutto da un nuovo punto di vista.
Quello che però potrebbe sembrare ad una prima lettura un semplice racconto dall'atmosfera sinistra, contiene in realtà più di un messaggio interessante.
Innanzi tutto vi è una riflessione sull'importanza e sul valore della letteratura, un'arte da affrontare seriamente perché capace di veicolare con maggiore facilità e capillarità qualsiasi messaggio e quindi sempre in bilico tra bene e male, tra esigenza creativa e ambizione, tra talento e profitto. 
Il male stesso poi, può assumere le forme più diverse e annidarsi nei luoghi e nelle persone più insospettabili. 
A questo si unisce anche una certa ironia con cui l'autore sembra guardare alla commercializzazione moderna della scrittura e dell'essere scrittore.
Un racconto quindi a più livelli anche da un punto di vista dei contenuti, che mi sento di consigliare a che cerca una lettura originale, ma che nella sua semplicità regali spunti di riflessione e che mi ha permesso di conoscere un nuovo autore di cui penso proprio che cercherò di recuperare altro.

VOTO: 7+

sabato 22 settembre 2018

Il libro del giorno # Una vita da libraio di Shaun Bythell

Buon pomeriggio lettori di passaggio, oggi parliamo di una delle mie letture recenti e contrariamente al solito, non si tratta di un romanzo.


Titolo: Una vita da libraio
Autore: Shaun Bythell
Casa Editrice: Einaudi
Traduttore: C. Palmieri
Dati: pp. 378, cartaceo €19, ebook €9.90

Quando questo libro è uscito in Italia, nel marzo scorso, mi è bastata un'occhiata al titolo e alla copertina per dire "lo voglio" e inserirlo immediatamente nella lista dei libri di prossimo acquisto. 
Il fatto che l'edizione cartacea costasse decisamente parecchio ha però rimandato il mio intento di diverso tempo, finché non ho trovato un'offerta lampo per l'edizione digitale e non me lo sono fatto scappare. In quel momento però avevo già avuto modo di leggere opinioni piuttosto tiepide a riguardo e la lettura è slittata fino ad ora, a Settembre, il mese che per tutti coloro che sono stati studenti per molti anni, è un po' il mese in cui tutto ricomincia. Allo stesso tempo Settembre è il mese in cui inizia l'Autunno e ben si adatta a questa lettura che in più di un punto ho trovato malinconica.
Non nego che il libro abbia dei difetti, parecchi in effetti, eppure mi è piaciuto. Non certo da gridare al miracolo letterario, ma sicuramente l'ho trovato una piacevole compagnia, un lettura leggera, ma piena di spunti interessanti e a tratti perfino commovente.
Come saprete non si tratta di un romanzo, ma di un diario in cui l'autore riporta giorno per giorno cosa succede nella sua vita e in particolare nel suo negozio, The Book Shop, una labirintica libreria dell'usato a Wigtown, una cittadina nella campagna scozzese. 


Il susseguirsi della routine del negozio fatta di ordini ricevuti ed evasi, di battibecchi con i dipendenti, di clienti più o meno stravaganti, di spedizioni a caccia di libri con cui incrementare il magazzino, di tentativi di combattere la concorrenza dei colossi on line, risulta certamente, mese dopo mese, un po' ripetitiva, ma durante ogni viaggio dell'autore a casa di un privato intenzionato a vendere in tutto o in parte la sua biblioteca, o intenzionato a disfarsi di libri ereditati per caso, mi sono fatta coinvolgere dall'eccitazione della caccia a qualche tesoro letterario nascosto, in verità assai raro e anche emotivamente dalle storie diverse dei venditori, spesso anziani, dai racconti delle loro vite e dalle inevitabili conseguenti riflessioni dell'autore sul tempo che passa.

Dovendo giudicare in base ai toni dei suoi racconti, l'idea che mi sono fatta dell'autore è di una persona con un carattere non facile e incline al sarcasmo, tuttavia ne ho apprezzato alcuni ragionamenti e l'attaccamento verso un mestiere che al giorno d'oggi rischia di sembrare anacronistico. Non mi hanno disturbata i continui siparietti tra lui e Nicky, la sua principale collaboratrice, nonché personaggio quanto mai sopra le righe, né gli scontri con i clienti o le invettive verso i nemici giurati dei librai, ovvero Amazon e gli ebook. Ma le parti che più mi hanno interessata della narrazione sono state quelle in cui emergeva in maniera evidente l'amore dell'autore per i libri, non sono per le rarità, ma per tutti i libri che hanno qualcosa da raccontare o da insegnare. Mi ha stupito molto anche il fatto che una cittadina piccola come Wigtown, che deve gran parte della sua vitalità al turismo estivo, abbia creato attorno alla libreria e in più in generale intorno alla lettura e all'arte, un festival capace di attirare appassionati da tutto il mondo. Inoltre le parti in cui l'autore si concentra di più sulla sua vita privata e che quindi esulano un po' dal lavoro in libreria, per raccontare gite, cene, incontri con amici e colleghi, danno modo al lettore di scoprire anche molte curiosità sul Galloway, la sua storia e le sue attrattive, nonché su come si viva in una cittadina scozzese. 
Una menzione particolare va poi ai clienti, non tanto agli scocciatori, agli stravaganti e ai cacciatori di sconti, quanto ai clienti abituali e in particolare a Mr Deacon, che con la sua ineffabilità e compostezza è una presenza a cui mi sono in qualche modo affezionata, proprio come mi succede con certi personaggi creati dai romanzieri.
Arrivata all'ultima pagina di questo diario, posso dire di aver preso a cuore le sorti di questa libreria e di chi ruota attorno ad essa e penso che mi piacerebbe davvero, prima o poi avere la possibilità di visitarla.

VOTO: 7+   


mercoledì 28 marzo 2018

Il libro del giorno # Le ragazze di Emma Cline

Ben ritrovati lettori di passaggio, oggi vi vorrei parlare di un romanzo molto noto e molto chiacchierato, sia perché considerato un caso letterario, sia perché ispirato da un efferato fatto della cronaca nera americana. Come sapete in genere mi tengo lontana dai libri troppo pubblicizzati, almeno fino a che non cala il clamore, per non essere influenzata dai giudizi altrui, quindi ho aspettato un bel po' per recuperare anche questo. Dopodiché, complice un'offerta sulla edizione ebook, ho deciso che era il momento anche per me di leggere Le ragazze di Emma Cline.


Titolo: Le ragazze
Autrice: Emma Cline
Editore: Einaudi
Traduttore: M. Testa
Dati: pp. 334, ebook €9.90.

Evie ha quattordici anni e ha di fronte l'intera estate del 1969 da trascorrere da sola prima di partire per il collegio. I genitori sono separati e da quando suo padre se ne è andato con una donna più giovane, la madre di Evie, una donna che ha sempre vissuto nell'agiatezza grazie alla ricca eredità della nonna, ma che è sempre rimasta una persona irrisolta, ha intrapreso la propria ricerca della felicità, lasciando la figlia ai margini della propria vita, tanto più che Evie non sembra abbastanza carina o abbastanza intelligente da suscitare l'interesse della madre. Ha anche litigato con la sua unica amica, Connie, con la quale aveva fino ad allora condiviso la scuola, le uscite, i primi ossessivi pensieri sui ragazzi, i tormenti adolescenziali riguardo all'aspetto fisico. Adesso è praticamente sola, proprio quando avrebbe più bisogno di avere qualcuno che placasse le sue insicurezze, che le desse conferma sul fatto che anche lei è degna di essere notata e ascoltata. Così quando incrocia la strada delle ragazze, tre giovani malvestite e sfrontate, Evie passa in breve tempo dalla curiosità al cocente desiderio di diventare loro amica, in particolare a causa di Suzanne, la più carismatica delle tre, quella che grazie alla propria sicurezza riesce a sembrare perfino più bella di quanto non sia, a sembrare sempre padrona della situazione, a guardare il mondo come se tutto le fosse dovuto.
Il fascino ambiguo di Suzanne trascinerà Evie fino al Ranch, un casolare in cui vivono isolati i membri del gruppo guidato da Russell, il capo carismatico che predica l'amore universale e la ribellione a tutte le regole sociali, nella cui vita Evie si immergerà completamente, senza ripensamenti, felice di essere finalmente parte di qualcosa, di non essere più invisibile. Tutto quello che sappiamo di Evie e della sua vita prima e dopo l'incontro con Suzanne, però non ci viene raccontato dalla ragazzina di quattordici anni, infatuata della sua nuova amica e frastornata fino all'asservimento dalla nuova vita della comune, ma ci viene raccontato da Evie adulta, una donna di mezza età, che non ha lavoro né casa e che, con il senno di poi, ripercorre quella che è stata probabilmente la parte più eccitante della sua vita, ma che si è interrotta nel più tragico dei modi, con il massacro compiuto da Russell e dai suoi seguaci in una ricca villa della zona.
Per questo nel racconto che Evie ci fa della sua vita di allora, non ci viene risparmiato nulla, cose e avvenimenti ci vengono descritti in tutto il loro squallore, non più filtrati dallo sguardo idealizzante di un adolescente in cerca di conferme. Il ranch non è altro che un casolare fatiscente, i membri del gruppo sono per lo più sbandati e adolescenti scappati di casa che passano il tempo a fumare erba e rubacchiare qua e là, ci sono bambini piccoli figli di chissà chi lasciati a sé stessi, le ragazze si concedono e accettano abusi sessuali con  febbrile accondiscendenza da invasate, lo stesso Russell non è altro che un musicista fallito e narciso che cerca nell'assoggettamento dei suoi seguaci la soddisfazione del proprio ego. I membri del gruppo e il loro leader sembrano fomentarsi a vicenda, uniti non tanto dagli stolti dettami di Russell, quanto dal desiderio di continuare quella vita priva di responsabilità e di freni, spingendo qualsiasi limite sempre più in là, fino alle estreme conseguenze.
L'autrice è stata brava a descrivere la discrepanza tra apparenza e realtà, tra l'ideale di vita e di società che il gruppo sembra voler perseguire e la grettezza e lo squallore in cui invece tutti i suoi componenti sono immersi, grazie anche ad una prosa ricca e immaginifica. Di solito non amo gli stili troppo fioriti specialmente nei romanzi contemporanei, ma in questo caso non ne sono rimasta infastidita perché l'autrice ha saputo utilizzarlo per rendere più vivide e potenti le sue descrizioni, senza mai perdere di vista il centro della narrazione. Non mancano volgarità e scene crude, ma tutto sommato sono in linea con gli argomenti trattati e con i personaggi. La parte centrale del romanzo è  comunque quella riguardante Evie, la descrizione dell'età adolescenziale come periodo di incertezze e pulsioni contrastanti, il progressivo abbandono dell'infanzia, la presa di coscienza della reale natura delle persone che più ci sono vicine, il desiderio di ribellione e soprattutto il rapporto esclusivo che si crea tra la protagonista e Suzanne. Le riflessioni della protagonista su se stessa e sulle persone che fanno parte della sua vita vanno in profondità, pungolano e graffiano la sensibilità del lettore.
Nonostante i numerosi pregi, tuttavia, questo romanzo non mi ha del tutto conquistata, la lettura è stata piuttosto lenta e pervasa da un senso di oppressione dovuto al sentore di catastrofe imminente che  pervade ogni pagina, comprese quelle che si svolgono nel presente e che ho trovato perfino più disturbanti.  Non lo annovererei quindi tra i miei romanzi preferiti, ma sicuramente si è trattato di una lettura interessante che mi ha permesso di conoscere una promettente scrittrice.

VOTO: 7 1/2

lunedì 29 maggio 2017

Il libro del giorno # Longbourn House di Jo Baker

Buon inizio settimana lettori di passaggio, Maggio ormai è agli sgoccioli e nonostante io non sopporti il caldo e i mesi estivi mi abbattano come un branco di rinoceronti alla carica, da un punto di vista letterario sono contenta di chiudere un mese decisamente deludente. Oggi infatti vi parlo di un romanzo su cui nutrivo alte aspettative e che invece mi ha delusa molto, Longbourn House di Jo Baker.

Titolo: Longbourn House
Autrice: Jo Baker
Editore: Einaudi
Traduzione: G. Boringhieri
Dati: pp. 382, €13.

Longbourn House è la residenza della famiglia Bennet composta da padre, madre e cinque figlie tra i quindici e i ventidue anni tutte da maritare. Se questa premessa non vi ricorda nulla probabilmente non avete letto Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen ed infatti è proprio a questo romanzo che l'autrice si è ispirata per raccontarci la storia della servitù che vive e lavora a Longbourn.
A mandare avanti la casa infatti ci sono la severa governante Mrs. Hill, il suo anziano marito e due cameriere, la giovane Sarah e Polly che è poco più di una bambina. A loro si aggiungerà inaspettatamente un valletto, James, che si dimostrerà ben presto un ottimo lavoratore, ma decisamente sfuggente e misterioso. Mentre a Longbourn le giornate della famiglia Bennet si susseguono tra tè e ricevimenti, visite di cortesia e balli, quelle della servitù cominciano prima del sorgere del sole e sono scandite da un duro lavoro che sembra non finire mai. 
L'autrice si concentra in particolar modo sulla fatica e sul tedio che comportano molti dei doveri, alcuni dei quali particolarmente sgradevoli, che gravano sulle spalle di Sarah, la giovane cameriera rimasta orfana da bambina e da allora a servizio, nonostante sogni per sé un futuro diverso, vedere il mondo oltre i confini di Longbourn e magari trovare l'amore. Così quando viene assunto James, Sarah non può fare a meno di fantasticare su cosa potrebbe nascere da questa nuova conoscenza, rimanendo ben presto delusa dalla freddezza di lui, che dal canto suo, frena ogni tipo di familiarità con la ragazza per paura di doverle rivelare i segreti che l'affliggono. 
Sarah sembra quindi pronta a rivolgere le proprie attenzioni ad altri, ma le cose tra lei e James sono destinate a cambiare e il rapporto che si crea tra di loro finirà per influire anche sulle dinamiche della casa. Non mi dilungo oltre sulla trama, anche perché raccontandola così  per sommi capi non mi permette di farvi capire i motivi del mio disappunto riguardo questo romanzo, quindi passerò immediatamente a spiegarvi le ragioni per cui non sono riuscita ad amare un libro che sulla carta aveva tutti i requisiti per conquistarmi. 
Paradossalmente il motivo principale è proprio l'idea di base a cui l'autrice è ricorsa per costruire il suo romanzo, ovvero utilizzare Longbourn House come cornice e far interagire seppur limitatamente i personaggi di Orgoglio e pregiudizio con quelli da lei creati. Quello che nelle intenzioni dell'autrice doveva essere, come da lei stessa scritto nella postfazione, un omaggio al capolavoro della Austen, a mio parere si limita ad essere uno specchietto per le allodole, un richiamo irresistibile per tutti coloro che, come me, sono attratti da ogni riferimento ai romanzi austeniani.
Questa scelta però si è rivelata, a mio giudizio, un' arma a doppio taglio, perché all'interno del romanzo, parallelamente alle vicende della servitù, si ripercorrono passo passo gli avvenimenti che si incontrano in Orgoglio e pregiudizio, seppur narrati da un diverso punto di vista e questo continuo rimando espone l'opera della Baker ad un confronto impietoso con la Austen. Infatti anche se l'autrice scrive discretamente e alcuni punti della narrazione risultano particolarmente riusciti, nel suo romanzo non c'è nulla della genialità, dell'arguzia e dell'umorismo della Austen. 
L'intento della Baker sembra costantemente quello di sottolineare l'ingiustizia sociale in cui versava la servitù dell'epoca, oberata di lavoro, costretta a svolgere mansioni spesso degradanti e trattata con superficialità se non con crudeltà dai padroni, ma anche comprendendo e appoggiando questo intento, il risultato ottenuto non è stato quello sperato, innanzitutto perché il continuo calcare la mano sullo scontento e sulle rimostranze da parte della servitù ed in particolar modo di Sarah, rendono la lettura ripetitiva e piuttosto pesante, ma anche perché l'autrice, per perseguire il suo obbiettivo, ha volontariamente e sistematicamente deformato i caratteri dei personaggi creati da Jane Austen, a partire da Elizabeth, dalla Signora Bennet, da Mister Collins, per non parlare del modo ai limiti dell'oltraggioso in cui viene ritratto il signor Bennet.
Per di più i personaggi creati da Jo Baker non traggono alcun profitto dal modo irriguardoso con cui vengono dipinti i personaggi austeniani, infatti mancano completamente di profondità, di fascino e di sfaccettature. Solo James, il protagonista maschile risulta maggiormente approfondito, grazie alla parte della narrazione che si svolge lontano da Longbourn, in un lungo flashback riguardante la guerra in Spagna e Portogallo combattuta dalle milizie inglesi contro Napeoleone e che, a mio avviso, è la parte più riuscita del romanzo. Diversamente gran parte della storia si dipana senza eventi di particolare rilievo ed anche la storia d'amore tra i due protagonisti risulta poco coinvolgente e prevedibile.
Più che un omaggio al romanzo della Austen, leggendo Longbourn House si ha la sensazione che l'autrice volesse togliere il velo che in Orgoglio e pregiudizio faceva sembrare tutto sfavillante, brioso e vivace, per mostrare al lettore le difficoltà, le miserie e le bassezze tenute ben celate agli occhi dei lettori, in una sorta di tentativo di smitizzare un classico della letteratura inglese, operazione per la quale sarebbe stato necessario che la Baker possedesse un talento se non pari, almeno vicino a quello di Jane Austen. ma siccome è palese che così non è, l'autrice avrebbe ottenuto un risultato sicuramente migliore se avesse deciso di ambientare la sua storia in una qualunque altra casa nobiliare dell'epoca senza scomodare la famiglia Bennet.
Per tutte queste ragioni nono posso onestamente valutare positivamente questa lettura, pur avendo letto in passato romanzi oggettivamente peggiori, sia da un punto di vista stilistico che di contenuti, ma chi, come me, ha letto e riletto il romanzo di Jane Austen, non potrà non notarne i difetti e provare al contempo un certo fastidio in molti punti, per cui mi sento di consigliarne la lettura solo a chi non ama particolarmente la zia Jane o a chi non ha ancora letto Orgoglio e pregiudizio, con la calorosa raccomandazione di leggerlo subito dopo.

VOTO: 6 e 1/2